Il giorno in cui il futuro ha preso forma su carta. | Next Adv

Il giorno in cui il futuro ha preso forma su carta.

WeAreNext 02/2026

Di Simone Ciferri

27 Feb - 3 min lettura

Londra, 1843.

Fuori dalla finestra il cielo è spesso di fumo. Le ciminiere disegnano colonne scure sopra i tetti. Le carrozze sollevano fango lungo le strade. Il rumore è ferro su ferro, zoccoli e ruote.

Dentro, invece, un bollitore fischia. Taglia l’aria della stanza, ma nessuno si volta, nessuno si alza. L’attenzione è tutta su una scrivania di legno illuminata da una lampada a olio. 

Lì sopra, fogli pieni di simboli, ingranaggi tracciati a penna, sequenze, appunti.

 

 

Nel 1843, Ada Lovelace ha meno di trent’anni. In quella stanza sta studiando la macchina analitica dell’amico Charles Babbage, pensata per fare calcoli complessi, un progetto che vive solo nei disegni. 

Quello di Babbage è il primo computer della storia, o meglio, la prima idea di calcolatore immaginato come strumento che potesse essere programmato. 

Lei però fa un passo ulteriore. Tiene in mano quei diagrammi e descrive un algoritmo pensato per programmarla, quella macchina. Scrive una sequenza dettagliata di istruzioni per calcolare i numeri di Bernoulli, spiegando come quell’idea di computer avrebbe dovuto eseguire ogni passaggio.

Il suo progetto, oggi, è ufficialmente riconosciuto come il primo programma informatico della storia.

 

 

Mentre il mondo intorno a lei misurava il progresso in tonnellate di carbone e potenza meccanica, Ada misurava il futuro in sequenze di istruzioni.

In un’epoca che celebrava il ferro e il vapore, lei parlava di strutture astratte, di simboli e di musica codificabile.

Non vedeva solo una macchina che calcola: vedeva una macchina che può manipolare linguaggi, generare combinazioni, costruire mondi logici.

Tra carrozze e candele, Ada Lovelace stava facendo worldbuilding a scatola cinese, immaginando un mondo logico che, generazione dopo generazione, avrebbe dato alle macchine la capacità di costruire mondi a loro volta.

 

 

Il suo gesto ha un peso storico enorme.

In un contesto che teneva le donne ai margini del sapere tecnico, Ada firma il primo passo della programmazione moderna attraverso un atto di immaginazione radicale. 

E traccia la prima linea che oggi attraversa laboratori, startup, centri di ricerca, aziende tecnologiche guidate da donne che continuano a riscrivere le regole.

 

 

A una settimana dall’8 marzo, questa storia serve a ricordare che il digitale nasce da chi immagina prima di costruire.  E quella capacità non ha genere, ma ha bisogno di spazio.

Oggi parliamo di intelligenze artificiali che generano testi, immagini, mondi interattivi. Parliamo di sistemi capaci di creare ambienti dinamici, esperienze immersive, universi che prendono forma mentre li attraversiamo.

La domanda resta la stessa di allora: che tipo di mondo vogliamo costruire?

E quali visioni stiamo scegliendo di rendere centrali?