La grande fuga. | Next Adv

La grande fuga.

WeAreNext 01/2026

Di Simone Ciferri

2 Feb - 3 min lettura

Non è un addio plateale.

È più come quando ti dilegui silenziosamente da una festa senza salutare nessuno, e come te, a ruota, un invitato dopo l’altro, finché non resta solo chi aveva bevuto troppo per rendersi conto che non c’era più niente da festeggiare.

 

Ma facciamo un passo indietro.

Negli ultimi anni abbiamo costruito comunicazione, prodotti e brand dentro ecosistemi che non controlliamo: spazi in cui la distribuzione è opaca, le regole cambiano a seconda delle necessità e il valore di ciò che dici viene deciso sempre dopo che l’hai detto.

Per molto tempo ha funzionato.

L’attenzione cresceva, i numeri salivano, la visibilità compensava la perdita di controllo.

Oggi l’equilibrio si è spostato.

Non è cambiata la qualità dei contenuti, ma la loro quantità e, di conseguenza, anche il modo in cui vengono messi in circolo. 

Adesso ognuno di loro non deve più solo preoccuparsi di competere con tutti gli altri, ma con un sistema che ottimizza per stimoli misurabili nell’immediato, a scapito di comprensione, affidabilità e fiducia.

 

È per questo motivo che molte realtà stanno cambiando approccio.

Brand e personaggi influenti si stanno lentamente allontanando da queste dinamiche, smettendo di considerare le tradizionali piattaforme social come il centro della loro comunicazione.

In molti stanno già investendo in canali diretti, ambienti proprietari, luoghi digitali in cui la relazione non è filtrata da un algoritmo e l’attenzione è una decisione consapevole, non una probabilità.

È una scelta strutturale: ridurre l’intermediazione, aumentare il controllo, costruire brand che non possano essere messi in silenzio da un aggiornamento improvviso.

 

 

Dentro questo spostamento, il ritorno delle newsletter non sorprende affatto, e non sembra essere l’ennesima operazione nostalgia.

È, invece, la risposta più semplice a un problema diventato complesso.

 

Le newsletter funzionano perché fanno una cosa molto concreta: riportano la conversazione in uno spazio stabile, bypassando gli algoritmi sempre più difficili da accontentare.

Non sono rumorose, non sono virali, e non promettono picchi improvvisi. In compenso, costruiscono continuità e riconoscibilità. 

Sembra poco, ma è esattamente ciò che oggi manca nei luoghi in cui tutto compete per pochi secondi di attenzione.

 

 

 

Nel frattempo, alla festa, il DJ continua a far girare gli stessi pezzi, le luci sono ancora accese e c’è chi ha tirato fuori parrucca e naso rosso pur di farsi notare.

Ma sempre più persone hanno già preso la giacca.

Un po’ perché si è fatta una certa, e un po’ perché hanno capito che restare non è più sinonimo di esserci.